Quando la tecnologia restituisce voce alla memoria
Ci sono luoghi nei quali il passato non è mai completamente trascorso. Rimane nelle stanze, nei corridoi, negli oggetti conservati e nelle tracce lasciate dalle persone che li hanno attraversati. Luoghi in cui la memoria non coincide soltanto con ciò che è stato documentato, ma anche con ciò che è rimasto a lungo silenzioso, nascosto o dimenticato.
L’ex Ospedale Psichiatrico San Francesco di Rieti è uno di questi luoghi.
Oggi, all’interno del Laboratorio Museo della Salute Mentale di Rieti (ASL Rieti), quella storia può essere osservata da una prospettiva nuova. Il progetto “Portatori Sani di Diversità” nasce infatti con l’obiettivo di trasformare la visita museale in un’esperienza immersiva, interattiva e profondamente umana, capace di unire patrimonio storico, innovazione tecnologica e riflessione sociale.
Il progetto è stato realizzato nell’ambito dell’Avviso pubblico “Intervento 2 – Ricerca e Sviluppo di Tecnologie per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale”, APQ6 – Regione Lazio, Determinazione G13330/2021 – II fase. È patrocinato da Lazio Innova, DTC Lazio, Regione Lazio, Museo della Salute Mentale di Rieti, Museo della Mente di Roma, ASL Roma 1 e ASL Rieti, con il supporto delle tecnologie OLOS® e HI® – Human Interface.
Ma, al di là della cornice istituzionale e tecnologica, il cuore del progetto è il racconto.
Un racconto che non procede in modo lineare e non impone al visitatore un’unica direzione. Al contrario, lo invita a scegliere, a soffermarsi, a seguire una voce, un ricordo o una testimonianza. Ogni visita diventa così un percorso personale attraverso la storia dell’istituzione e delle persone che vi hanno vissuto e lavorato.
A guidare simbolicamente questo viaggio è "Suor Virginia Maria", madre superiora dell’Ordine delle Mantellate, le prime religiose infermiere attive nel Manicomio di Rieti. La sua figura diventa il "genius loci" dell’installazione: una presenza narrativa che accompagna il visitatore tra memoria, documentazione e riflessione.
Non si tratta soltanto di una guida virtuale. Suor Virginia Maria rappresenta il punto di incontro tra il luogo e la sua storia, tra la dimensione istituzionale dell’assistenza e quella quotidiana della cura. Attraverso la sua voce, il museo non viene semplicemente illustrato: torna a raccontarsi.
Il visitatore viene introdotto nella storia dell’ex ospedale psichiatrico, ma è progressivamente condotto oltre le date, le strutture e le trasformazioni organizzative. Il percorso apre infatti uno spazio dedicato alle persone: alle loro esperienze, ai frammenti di vita, alle testimonianze e alle tracce lasciate durante gli anni del ricovero.
Emergono così ricordi che non costituiscono soltanto materiale storico, ma parti di esistenze reali. Ogni documento, ogni narrazione e ogni testimonianza contribuiscono a restituire individualità a chi, troppo spesso, è stato rappresentato esclusivamente attraverso una diagnosi, una cartella clinica o una condizione di internamento.
È in questo passaggio che il titolo “Portatori Sani di Diversità” assume il suo significato più profondo.
La diversità non viene presentata come una distanza da correggere o come una condizione da nascondere. Diventa, piuttosto, una componente dell’esperienza umana, una possibilità attraverso la quale osservare la storia della salute mentale e interrogare il modo in cui la società ha costruito, nel tempo, il confine tra normalità e alterità.
Il progetto non offre risposte definitive. Invita invece a sostare nelle domande.
Che cosa rimane di una persona quando la sua storia viene ridotta alla storia della sua malattia? Quanto del passato degli ospedali psichiatrici continua a influenzare il nostro modo di pensare il disagio mentale? E quale responsabilità abbiamo, oggi, nel custodire e rendere accessibili queste memorie?
La tecnologia HI® – Human Interface interviene proprio in questo spazio di relazione tra passato e presente. Non sostituisce il patrimonio storico e non lo trasforma in semplice spettacolo. Diventa uno strumento attraverso il quale ridurre simbolicamente la distanza temporale e rendere il racconto più diretto, autentico e partecipato.
Il visitatore non rimane davanti a una narrazione già definita. Può selezionare i contenuti, scegliere quali sequenze approfondire e costruire progressivamente il proprio itinerario. Ogni esperienza assume quindi una forma diversa, determinata dalle domande, dalla sensibilità e dalle scelte di chi attraversa il museo.
La partecipazione non consiste soltanto nell’utilizzo di un dispositivo tecnologico. Consiste soprattutto nella possibilità di entrare in relazione con le storie custodite nel luogo.
In questo modo, il Laboratorio Museo della Salute Mentale di Rieti non si limita a conservare documenti e testimonianze.
Diventa uno spazio attivo di conoscenza, nel quale la memoria viene interrogata e restituita al presente.
Il passato dell’ex Ospedale Psichiatrico San Francesco non viene né cancellato né idealizzato, ma riconosciuto nella sua complessità storica, sanitaria, sociale e umana.
Anche la scelta di rendere l’installazione multilingue e accessibile alle persone con disabilità risponde a questa stessa visione.
Un patrimonio culturale dedicato alla diversità e alla storia dell’esclusione non può infatti essere costruito attraverso nuove barriere. L’accessibilità non rappresenta un elemento aggiuntivo, ma una parte essenziale del progetto e del suo significato.
“Portatori Sani di Diversità” propone così una diversa idea di museo: non un luogo immobile, destinato unicamente alla conservazione del passato, ma uno spazio nel quale memoria, tecnologia e partecipazione possono generare nuove forme di consapevolezza.
Attraversare questa installazione significa entrare in contatto con storie che rischiavano di scomparire. Significa riconoscere che dietro ogni documento esiste una persona, dietro ogni stanza una vicenda e dietro ogni silenzio una memoria che attende ancora di essere ascoltata.
Il viaggio termina, ma il racconto non si conclude.
Rimane nel visitatore come una domanda aperta: quanto siamo davvero disposti a riconoscere la diversità non come qualcosa che appartiene agli altri, ma come una parte inevitabile e preziosa della nostra comune umanità?