LA TRANSIZIONE DAL MANICOMIO UMBERTO I AL SAN FRANCESCO

LA TRANSIZIONE DAL MANICOMIO UMBERTO I AL SAN FRANCESCO (1930-1935)

ANNALE OSPEDALE PROVINCIALE DI S. FRANCESCO DEL 1928

  Negli anni tra il 1930 e il 1935, si decise di costruire un nuovo manicomio in una zona isolata, ma facilmente raggiungibile, fuori dal perimetro urbano della città di Rieti. Questo progetto rappresentava un passo significativo verso il miglioramento delle strutture sanitarie per la cura delle malattie mentali.

Il Progetto e l’Architetto

Nel 1932, l’incarico per la progettazione del nuovo Manicomio Provinciale di Rieti fu affidato a un architetto di grande fama: Giovanni Battista Milani (1876-1940). Milani era una figura di spicco nel panorama architettonico dell’epoca, noto per la sua competenza sia nella tecnica delle costruzioni che nei caratteri degli edifici. Era docente presso la scuola di architettura di Roma e aveva collaborato con altri illustri architetti come Giulio Magni, Marcello Piacentini, Arnaldo Foschini, Gustavo Giannoni e Cesare Bazzani.

Opere di Giovanni Battista Milani

Milani aveva già realizzato diverse opere di rilievo, tra cui:

– L’asilo israelitico di Roma (1910)

– Il Palazzo degli Esami di Trastevere (1912)

– La chiesa dei frati cappuccini a San Lorenzo da Brindisi (1912)

– Lo stabilimento balneare di Ostia Lido (1924)

le decorazioni interne del “ROMA” vennero affidate da Milani al grande pittore reatino Antonino Calcagnadoro; … quindi l’Ospedale psichiatrico di Rieti del 1932.

Antonino Calcagnadoro (1876 – 1935)

Antonino Calcagnadoro, nato nel 1876 e morto nel 1935, è stato un rinomato pittore e decoratore italiano. Figlio di Cesare Calcagnadoro, anch’egli pittore decorativo, e di Anna Maria Colantoni, Antonino crebbe in un ambiente artistico e culturale ricco di stimoli. Suo nonno, Don Domenico Calcagnadoro, era un insegnante di italiano e latino in seminario, nonché poeta, letterato e pittore dilettante, oltre che il suo primo mecenate.

Formazione e Primi Passi

Dopo aver completato le scuole elementari, Antonino affiancò il padre nel mestiere di pittore decorativo, prendendo nel contempo lezioni private dal pittore Giuseppe Ferrarini. La sua straordinaria abilità artistica fu notata dal pittore Giuseppe Casa, che lo assunse nel 1890, quando Antonino aveva solo quattordici anni. Questo portò il giovane artista a trasferirsi a Padova, dove continuò a sviluppare le sue competenze.

A sedici anni, Calcagnadoro beneficiò della pensione del Collegio Sabino di Rieti, che gli permise di studiare a Roma. Tra il 1894 e il 1898, frequentò l’Istituto di Belle Arti, dove strinse una fraterna amicizia con il pittore Armeno Armeni. Questo periodo fu cruciale per la sua formazione artistica e personale.

Carriera Accademica e Didattica

Nel 1918, Calcagnadoro vinse il concorso per diventare insegnante presso la famosa Scuola Preparatoria alle Arti Ornamentali del Comune di Roma. Dal 1921, tenne la cattedra di disegno pittorico in via San Giacomo. La sua attività didattica si svolse dal 1919 al 1925, durante la quale formò numerosi artisti, tra cui Alberto Ziveri e Mario Mafai, che frequentarono i suoi corsi serali. Successivamente, insegnò alla Regia Accademia di Belle Arti di via Ripetta, consolidando ulteriormente la sua reputazione come maestro dell’arte.

Eredità Artistica

Alla morte di Calcagnadoro, i suoi eredi donarono circa un centinaio di suoi dipinti, incisioni e bozzetti al Museo Civico di Rieti. Oggi, l’intera sala 9 della sezione storico-artistica del museo è dedicata a lui, dove sono esposte una trentina delle sue opere. Questa collezione rappresenta un prezioso patrimonio artistico che testimonia il talento e la versatilità di Calcagnadoro.

Antonino Calcagnadoro rimane una figura di spicco nell’arte italiana del primo Novecento, ricordato non solo per le sue opere, ma anche per il suo impegno nell’insegnamento e nella formazione di nuove generazioni di artisti.

L’Ospedale Psichiatrico di Rieti – Contesto Storico

Questo progetto rappresentava un’importante innovazione nel campo della psichiatria, offrendo una struttura moderna e funzionale per la cura dei pazienti.

Gli anni ’30 furono un periodo di grande fermento architettonico e culturale in Italia. L’amministrazione provinciale di Rieti, presieduta da Marinelli De Marco, era impegnata nel promuovere progetti che potessero migliorare la qualità della vita dei cittadini. La scelta di Milani per la progettazione del manicomio rifletteva questa volontà di innovazione e progresso.

Questo periodo rappresenta un momento cruciale nella storia dell’architettura e della psichiatria italiana, segnando un passo avanti verso strutture più moderne e funzionali per la cura delle malattie mentali.

L’Acquisto del Terreno per la Colonia Agricola e il Primo Padiglione Psichiatrico (1931-1932)

  • Nel 1932, l’Amministrazione Provinciale annunciò la sua disponibilità a intraprendere trattative con enti pubblici e privati per l’acquisto di un terreno. L’obiettivo era duplice: stabilire una colonia agricola e, successivamente, avviare la costruzione di un primo padiglione destinato al ricovero dei malati “tranquilli”.
  • Tra la fine del 1931 e l’inizio del 1932, l’Amministrazione Provinciale acquistò dalla famiglia Matricardi un podere di 29 ettari situato in località Trivi o San Basilio. Questo terreno, già avviato e produttivo, includeva una casa colonica, allevamenti di animali e varie scorte. Il podere era particolarmente adatto a diverse colture, tra cui orticole, frutticole e seminative, e disponeva di una sorgente d’acqua sufficiente a soddisfare il fabbisogno sia dell’ospedale che della colonia agricola, quest’ultima parte integrante della fase di ergoterapia. L’ergoterapia, o terapia occupazionale, è una disciplina riabilitativa che mira a migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità o problemi di salute, aiutandole a recuperare o mantenere le loro capacità funzionali per svolgere le attività quotidiane. Questo si ottiene attraverso l’utilizzo di attività significative e adattate alle esigenze individuali, come ad esempio la pratica di esercizi, la progettazione di ambienti di vita e di lavoro, o l’uso di ausili tecnici

    

L’Acquisto di Villa Focaroli e le Ragioni della Costruzione del Nuovo Ospedale

 Fu deciso di affittare e successivamente acquistare una villa ottocentesca, Villa Focaroli, situata nei pressi del fondo “San Basilio”, per adibirla a “Reparto Tranquilli”. Questa soluzione temporanea permise di trasferire 100 malati “tranquilli” dal vecchio ospedale “San Francesco” in attesa della costruzione dei nuovi padiglioni.

Le ragioni principali che portarono alla costruzione del nuovo ospedale sono piuttosto chiare e possono essere riassunte in quattro punti:

  1. Trasferimento dei Pazienti: La necessità di trasferire a Rieti oltre 100 pazienti donne, sparse in varie case di cura italiane, che gravavano sull’Amministrazione sia moralmente che economicamente. Le proteste sia dei malati che dei loro congiunti per le rette giornaliere resero urgente questa sistemazione.
  1. Colonia Agricola: L’istituzione nel 1932 di una colonia agricola da mantenere attiva con l’impiego dei 300 ricoverati uomini presenti nell’ospedale “San Francesco”, inseriti nel progetto di ergoterapia.
  1. Convenzione con l’Amministrazione Provinciale di Roma: Il rispetto della convenzione stipulata nel 1932 con l’amministrazione provinciale di Roma per il ricovero progressivo di pazienti, con un aumento da 250 a 350 posti letto.
  1. Pensionato Maschile: L’istituzione di un pensionato maschile, che, insieme al personale sanitario, costituì negli anni una fonte di guadagno non indifferente per l’Amministrazione e per i medici.

Queste motivazioni sottolineano l’importanza di creare una struttura moderna e funzionale per la cura e il benessere dei pazienti, migliorando al contempo l’efficienza amministrativa e economica dell’ospedale.

1932 – Progetto del Nuovo Manicomio di Rieti

Nel 1932, l’incarico per la progettazione del nuovo Manicomio Provinciale di Rieti fu affidato all’architetto Giovanni Battista Milani (1876-1940), un professionista di grande fama. Questo progetto rappresentava il primo manicomio costruito in Italia dopo l’approvazione della legge del 1918, che riorganizzava la rete delle strutture psichiatriche della penisola.

Milani dispose gli edifici dell’ospedale in una forma cosiddetta “a villaggio”, appoggiandoli al dolce pendio della collina di San Basilio, all’epoca ancora non inglobata nell’abitato cittadino. Questo layout ricreava contemporaneamente l’impianto di un teatro greco-romano. Come previsto da Milani, un lungo viale di pini porta ancora oggi dall’ingresso, situato su via del Terminillo (Rieti), fino alla piazza centrale del villaggio psichiatrico.

Qui si trova il padiglione riservato all’amministrazione e alla direzione dell’ospedale, attorno al quale il progettista aveva disposto tutti gli altri padiglioni, immersi in un folto verde. Un preciso sistema di vialetti, sviluppati sia in modo radiale sia in modo anulare, serviva non per celare ad occhi indiscreti miseria e sopraffazione, ma per infondere, sia nei malati sia nei visitatori, sensazioni di serenità e di sicurezza.

Del resto, era almeno dal 1927 che il direttore Alessandrini praticava il sistema “open door”, anche se in maniera limitata, nell’ospedale di San Francesco, situato nel pieno centro urbano della città di Rieti.

Il progetto presentato nel 1932 all’amministrazione provinciale di Rieti era stato elaborato da Milani in collaborazione con un giovane ingegnere reatino, Nicola Novelletto.

Novelletto era lo stesso che nel 1929-30 aveva realizzato l’impianto di riscaldamento nel Palazzo di Governo e che, nel secondo dopoguerra, venne incaricato da Mario Zocca di redigere il Piano di ricostruzione parziale di Borgo Sant’Antonio, duramente danneggiato dai bombardamenti anglo-americani (il bombardamento del Borgo Sant’Antonio a Rieti avvenne il 6 giugno 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo evento fu uno dei momenti più duri per la città di Rieti. La sera del 6 giugno 1944, un aereo spia con bengala esplorò gran parte del territorio di Rieti, scoprendo che ingenti masse di militari, carriaggi e mezzi corazzati si erano annidati nei dintorni della città, con depositi di materiale in attesa di trasferimento verso Terni e Spoleto. Il crocevia di Rieti divenne di importanza strategica, e il quartiere Borgo Sant’Antonio fu quello che ne fece le spese; un monumento alle vittime del bombardamento è stato eretto in memoria di questo tragico evento. L’opera è stata realizzata dall’artista reatino Bernardino Morsani, originario del rione, che fu testimone del bombardamento. Il monumento commemora le vittime civili e militari tedesche che persero la vita quel giorno). Per il progetto del nuovo manicomio di Rieti, l’approvazione del Ministero degli Interni arrivò il 20 maggio del 1933.

Il progetto prevedeva l’edificazione di 23 edifici capaci di ospitare oltre 800 pazienti, sia uomini che donne. Gli edifici previsti includevano:

– Direzione e Amministrazione

– Infermeria e Osservazione

– Cucina

– Padiglione Tranquilli

– Cappella

– Padiglione Semiagitati e Sudici

– Padiglione Agitati

– Padiglione Pensionati

– Alloggio dei medici

– Casa del Direttore

– Chiesa e alloggio suore

– Lavanderia

– Padiglione Isolamento Infetti

– Colonia Industriale

– Colonia Agricola

– Padiglione Necroscopico

– Padiglione Deficienti

    

ANNALE OSPEDALE PROVINCIALE DI S. FRANCESCO DEL 1928

Il 1° luglio 1928 fu pubblicato il primo Annale dell’Ospedale Provinciale di San Francesco per le malattie mentali di Rieti, sotto la direzione del dottor Alessandro Alessandrini.

Negli stessi anni, anche altre città italiane con manicomi o ospedali provinciali neuropsichiatrici pubblicarono Regolamenti Organici e/o Speciali.

Questi documenti, spesso richiesti e scambiati tra i vari direttori dell’epoca che richiedevano copie dei vari regolamenti interni, regolamenti speciali e di organico, materiali fondamentali per comprendere l’organizzazione e la gestione degli istituti psichiatrici dell’epoca. Sono stati trovati, raccolti, messi in sicurezza e inventariati negli ultimi tre anni. Questi riferimenti forniscono un contesto storico e normativo sui regolamenti.

Tra i regolamenti conservati, si segnalano quelli delle seguenti città (in ordine alfabetico): Arezzo, Ascoli Piceno, Como, Genova, Gorizia, Palermo, Reggio di Calabria, Rovigo, Teramo, Trieste, Varese, Venezia e Volterra.