L'OSPEDALE PSICHIATRICO DI RIETI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

L’OSPEDALE PSICHIATRICO DI RIETI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE (1940-1945)

TRANSIZIONE DEL 1946

Fasi Costruttive:

Fase 1: 1931-1935

– Acquisizione del fondo agricolo di 29 ettari in località San Basilio. – Inizio della pianificazione per il trasferimento del manicomio in un nuovo complesso.

Fase 2: 1936-1941

   – Costruzione delle prime strutture del nuovo ospedale psichiatrico. – Sviluppo delle infrastrutture necessarie per il funzionamento della struttura.

Fase 3: 1942-1961

   – Completamento delle principali strutture del complesso. – Ampliamento e miglioramento delle strutture esistenti.

Fase 4: dal 1961

   – Ulteriori ampliamenti e modernizzazioni. – Cessazione della gestione diretta da parte della Provincia a seguito della riforma sanitaria del 1978, con il trasferimento delle funzioni alla Unità sanitaria locale il 1° giugno 1980.

Fase 1: 1931-1935

Architetti/Ingegnere: – Giovanni Battista Milani – Nicola Novelletto

Alienisti/Psichiatri: – Alessandro Alessandrini

Durante questa fase, è stata sistemata la Colonia agricola nel fondo acquisito nel 1931, situato all’ingresso della vasta area destinata a ospitare la futura struttura manicomiale. A partire dal 1933, si è proceduto con la nuova costruzione.

Il progetto definitivo, redatto da Giovanni Battista Milani e dal giovane Nicola Novelletto, recupera sostanzialmente la prima proposta di Milani, aumentando il numero dei padiglioni da 15 a 25. Questo adeguamento tiene conto delle obiezioni della Commissione di concorso, che ha considerato inaccettabile dal punto di vista tecnico-sanitario e della praticità di esercizio la proposta originaria, pur lodandone il pregio formale. Pertanto, nel progetto approvato, sono stati modificati il numero, la grandezza e l’organizzazione dei padiglioni, la disposizione e la tipologia dei reparti, la distribuzione interna degli edifici, la fruizione dei locali e, parzialmente, la rete dei percorsi.

Tuttavia, è stata mantenuta la scelta di un impianto considerato all’avanguardia, che sfrutta il notevole dislivello del terreno (che sale velocemente da quota 400 a 460 metri), mediante una sistemazione a terrazze degradanti aperte verso il mare. Su queste terrazze, sono disposti, secondo assi di parziale simmetria e in posizione sfalsata, gli edifici del complesso manicomiale.

Ispirati dagli esempi tedeschi e ferraresi, dalla città-giardino di Montesacro a Roma e, soprattutto, dall’esperienza del manicomio romano di Santa Maria della Pietà, Milani e Novelletto hanno creato una disposizione dinamica degli edifici. Questa configurazione, con fabbricati sfalsati, garantisce a ciascun edificio una vista libera sulla vallata reatina e una migliore illuminazione. La distribuzione apparentemente casuale degli edifici conferisce all’insieme un senso di dinamismo e ordine, seguendo un principio ritmico preordinato.

Il piano attuativo presenta alcune variazioni: cambia la destinazione di alcuni padiglioni, vengono eliminati due fabbricati ai lati del piazzale di ingresso, i padiglioni Osservazione-Infermerie sono uniti in un unico corpo, e il padiglione Tubercolotici insieme agli alloggi per i Medici e il Direttore sono spostati nel terreno di Villa Focaroli, acquisita dalla Provincia il 19 dicembre 1933.

Per rispondere all’esigenza economica di movimentare meno terra possibile, il progetto colloca nella parte a valle, più pianeggiante e accessibile dall’ingresso, gli edifici di maggior rappresentanza pubblica e di prima accoglienza, come la Direzione e Amministrazione e i padiglioni Osservazione-Infermeria per uomini e donne. Questi edifici sono distribuiti lungo un percorso semi-anulare con tracciati radiali e si affacciano su un ampio piazzale collegato alla strada e all’ingresso principale tramite un lungo viale alberato.

L’elemento centrale del progetto è un doppio asse rettilineo orientato in direzione nord-est/sud-ovest. Lungo il primo asse, in posizione centrale, sono disposti gli edifici della Direzione, dell’Infermeria-Osservazione, dei Servizi Generali e della Cappella. Ai lati di questo asse, in modo simmetrico, si trovano i padiglioni per i reparti Tranquilli Uomini e Donne, la Lavanderia, l’Isolamento e i Semiagitati-Sudici Donne.

Ai lati del secondo asse rettilineo, situato tra i reparti Semiagitati-Sudici Donne e Semiagitati-Sudici Uomini, sono collocati gli edifici per gli Agitati Uomini e Donne e per i Tubercolotici.

Più a valle, sulla sinistra del complesso, si trovano la Colonia Industriale, la Colonia Agricola e il Necroscopico, serviti da un accesso secondario. Sulla destra del complesso, in cima all’altura e in posizione più isolata vicino a Villa Focaroli, ora adibita a dimora delle suore infermiere, sono situati gli alloggi per il Direttore, i Medici e i Dirigenti, serviti da un accesso privato. Poco più in basso, sempre in posizione laterale ma elevata, si trovano i fabbricati per i Pensionanti Uomini e Donne.

I vari padiglioni sono collegati tra loro da un sistema stradale concentrico che segue la naturale disposizione a terrazze del terreno, intersecato da assi radiali e da una serie di percorsi pedonali secondari, costituiti da rampe e scale.

Tutti gli edifici, con piano seminterrato e uno o due piani fuori terra, sono progettati come corpi parallelepipedi, arricchiti da elementi geometrici differenziati che movimentano la facciata, evidenziandone la zona centrale. Il forte sviluppo longitudinale è accentuato dalla ripartizione orizzontale delle facciate in corrispondenza dei diversi piani e dall’alternanza di rivestimenti in intonaco e mattoni. Tutti i fabbricati, con coperture piane, sono caratterizzati da un sobrio trattamento architettonico dei prospetti, scanditi dalla successione ritmica delle aperture e da un trattamento decorativo essenziale.

La composizione, ispirata alle più moderne concezioni tecnico-sanitarie, si riflette nell’impianto “aperto”, nella disposizione libera degli edifici e nella cura della distribuzione e dell’organizzazione gerarchica degli spazi interni, nonché nell’utilizzo di grandi superfici vetrate. Questo progetto incarna l’idea di libertà nella cura del malato psichiatrico che ha guidato le scelte progettuali di Giovanni Battista Milani.

La spesa prevista, stimata in 10 milioni e mezzo di lire, dovuta all’uso di sistemi costruttivi moderni e all’installazione di macchinari e impianti tecnologicamente avanzati, ha portato la Provincia a includere nel primo lotto dei lavori solo i 7 padiglioni considerati essenziali: Direzione-Amministrazione, Osservazione-Infermerie Uomini e Donne, Servizi Generali, Tranquilli Donne, Lavanderia, Colonia Agricola e l’ingresso principale con le guardianie.

I lavori di costruzione, iniziati nel maggio 1933 e affidati inizialmente alla Società Anonima Cooperative Imprese Edili e affini (per le strutture) e alle ditte Tudini-Talenti e Cassinelli-Guercini, hanno subito rallentamenti a causa di problemi nello scavo delle fondazioni e nella sistemazione dei percorsi, aggravati dalla scarsità di manodopera specializzata, impegnata nei lavori della nuova strada per il Terminillo voluta dal Regime.

Il 28 ottobre 1935, in un clima di approvazione generale, sono stati inaugurati i primi due padiglioni destinati ai Tranquilli Donne e alla Colonia Agricola, sebbene i lavori per il loro completamento (infissi, porte, impianti, ecc.) siano proseguiti fino alla primavera successiva, dopo la sospensione invernale. Come voluto da Alessandrini, per evitare l’idea di “reclusione”, la recinzione è stata realizzata con un muretto basso (un solo metro) sormontato da una rete.

Mentre Milani preparava i disegni dal suo studio romano in via Balbo, Novelletto ha diretto i lavori in cantiere, rendicontando puntualmente e con rispetto al vecchio professore, che formalmente aveva l’incarico della direzione.

Fase 2: 1936-1941 – Questa fase sarà analizzata in dettaglio in seguito; di seguito si propone una breve descrizione preliminare

Architetti/Ingegneri: Giovanni Battista Milani, Nicola Novelletto, Ufficio Tecnico Provinciale (Tullio Mercadanti, Gino Dell’Uomo D’Arme)

Alienisti/Psichiatri: Alessandro Alessandrini

Descrizione dei Lavori:

Nel febbraio 1936, con l’avvio della seconda fase dei lavori, si diede inizio alla costruzione dei padiglioni Direzione-Amministrazione, Osservazione-Infermerie, Lavanderia, Servizi Generali, Semiagitati-Sudici Donne e Agitati Uomini e Donne (questi ultimi rimasero tuttavia sospesi). Tuttavia, il progetto si scontrò immediatamente con difficoltà finanziarie dello Stato, impegnato nella guerra abissina, e con la scarsità di materie prime, aggravata dalle sanzioni internazionali imposte all’Italia, che causarono un aumento dei costi.

Dettagli Progettuali:

L’ingresso alla Direzione, a cui si volle dare particolare rilevanza, fu studiato nei dettagli da Milani, che si occupò personalmente della decorazione, come testimoniato da una lettera inviata a Novelletto nel 1937. Questa cura nei dettagli caratterizzò anche la progettazione del portale d’ingresso al complesso, dotato di guardianie. A partire dall’inizio del 1938, Milani fu invitato a rivedere i progetti, modificando la distribuzione interna dei padiglioni per ridurre i costi di costruzione e aumentare il numero di posti letto, sacrificando uffici e sotterranei. Tutti gli edifici subirono una semplificazione formale, con la reintegrazione dei volumi aggettanti all’interno dei corpi di fabbrica principali e una riduzione al minimo del trattamento decorativo dei prospetti. Queste modifiche sono evidenti confrontando i disegni originali con quanto effettivamente realizzato.

Interruzioni e Completamenti:

La morte di Milani, avvenuta il 26 giugno 1940, segnò una battuta d’arresto nella realizzazione del manicomio. Rimasero incompiuti l’ala sinistra dell’Osservazione-Infermerie e il padiglione Semiagitati-Sudici, fermi al primo livello a causa della difficoltà di reperire il ferro necessario per le strutture portanti e i solai. Pochi giorni dopo, il 7 luglio 1940, l’Ufficio Tecnico Provinciale presentò un progetto suppletivo, firmato dall’ingegnere Tullio Mercadanti e dal geometra Gino Dell’Uomo D’Arme, per il completamento dei due padiglioni incompiuti. La necessità di completare questi padiglioni era urgente, poiché un numero significativo di malati di mente era ancora ospitato nel vecchio ospedale interno alle mura reatine. I due padiglioni, semplificati rispetto al progetto originale di Milani, furono completati entro il 1941.

Fase 3: 1942-1961 – Sintesi e Introduzione – Questa fase sarà analizzata in dettaglio in seguito; di seguito si propone una breve descrizione preliminare.

Nel mese di ottobre 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, l’ospedale psichiatrico di San Basilio fu requisito dalle truppe tedesche, costringendo al trasferimento dei pazienti nella vecchia struttura situata nel centro di Rieti. La sede extraurbana fu restituita soltanto nel 1945, al termine del conflitto. In questo contesto, il direttore Alessandro Alessandrini si dimise a causa di un dissenso con il vice presidente della Provincia, Enrico Matteucci, riguardo all’uso improprio della struttura. Al suo posto fu nominato il dottor Francesco Carocci.

Nel giugno 1961, un nuovo progetto firmato dall’architetto Gino Dell’Uomo D’Arme prevedeva il completamento dei padiglioni destinati ai pazienti agitati; tuttavia, venne ultimato soltanto il padiglione femminile. Nel frattempo, Villa Focaroli, gestita dalle Suore Mantellate, continuò la sua attività ospitando bambini affetti da frenastenia. Il resto del complesso, concepito originariamente dagli architetti Milani e Novelletto, non fu mai realizzato.

 Fase 4: dal 1961 – Sintesi e Introduzione – Questa fase verrà approfondita successivamente; di seguito si propone una breve descrizione preliminare.

La legge Basaglia del 1978 ha sancito la chiusura progressiva dell’ospedale psichiatrico di Rieti, completata definitivamente alla fine del 1999 con il trasferimento degli ultimi pazienti. Nel 1994, gli edifici del complesso sono stati trasferiti all’Azienda Unità Sanitaria Locale (AUSL) di Rieti. Tra il 1993 e il 1997, Villa Focaroli è stata oggetto di una ristrutturazione che ne ha consentito la trasformazione in comunità terapeutica psichiatrica, mentre la cappella annessa è stata convertita in un centro diurno per la salute mentale.

I lavori di riqualificazione dell’ex manicomio provinciale, avviati a fine Novecento, hanno avuto l’obiettivo di realizzare una “città sanitaria”. Nel 1998, l’edificio Lavanderia è stato ristrutturato per ospitare l’Ufficio tecnico della ASL. Tra il 2003 e il 2011 sono stati riqualificati i padiglioni Direzione, Servizi Generali, Semiagitati-Sudici e Osservazione-Infermerie, mentre tra il 2006 e il 2010 il padiglione Agitati Donne è stato trasformato in un Hospice dedicato alle cure palliative.

Attualmente, gli edifici del complesso ospitano diverse funzioni istituzionali e sanitarie, tra cui la Direzione della AUSL di Rieti, l’Assessorato provinciale alla Viabilità e Lavori Pubblici, laboratori, ambulatori e uffici del servizio sanitario locale. Tuttavia, la costruzione di nuovi edifici e le modifiche alla rete viaria hanno compromesso l’unitarietà originaria del complesso, alterando l’identità progettuale concepita da Milani.

Dal 1937 al 1940 – I pazienti ancora distribuiti nelle due sedi ospedaliere di “San Basilio” (in via del Terminillo la sede ancora oggi in parte della ASL Rieti)  e di “San Francesco” (Chiesa e scuola Liceo Scientifico nel centro storico della città di Rieti)

 

L’OSPEDALE PSICHIATRICO DI RIETI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE (1940-1945): una prospettiva storica e sociologica

Il periodo della Seconda Guerra Mondiale rappresentò un’epoca di profonde trasformazioni e difficoltà per l’ospedale psichiatrico di Rieti con un impatto importante sulla struttura ospedaliera e sulle condizioni dei pazienti.

Il Contesto Storico e il progetto suppletivo

Il 7 luglio 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, l’Ufficio Tecnico della Provincia di Rieti, sotto la guida dell’ingegnere Tullio Mercatanti e del geometra Gino dell’Uomo D’Arme, presentò una relazione tecnica su un progetto suppletivo che semplificava il precedente piano di Marini e Novelletto. Questo progetto fu approvato dal Rettorato provinciale, presieduto da Francesco Palmegiani, con un finanziamento di 1 milione e 140 mila lire, reso operativo con un decreto del Ministero dell’Interno emesso il 15 settembre 1941 in concerto con il Ministero delle Finanze (Foà, 1969).

Nonostante il contesto bellico, i lavori di costruzione ripresero, seppur a rilento. L’ala sinistra del padiglione infermeria e osservazione fu ultimata, permettendo il trasferimento a Rieti delle donne degenti presso altri ospedali e case di cura. Tuttavia, il vecchio ospedale “San Francesco” non fu evacuato, una decisione che avrebbe avuto conseguenze drammatiche.

L’Occupazione Tedesca e le sue conseguenze

Nell’ottobre del 1943, la struttura di Colle San Basilio fu requisita dal Comando germanico. I tedeschi presero possesso dei padiglioni della Direzione, dell’Infermeria donne, dei Tranquilli e di parte di quelli destinati agli Agitati. Questo portò a un trasferimento forzato di un gran numero di malati nella struttura del centro storico, il “San Francesco”, ormai inadeguato e insufficiente per garantire cure minime (Galli, 1985).

Condizioni di vita e mortalità

Al 31 dicembre 1943, i malati ricoverati erano 568, assistiti da un personale composto da 3 medici, 40 infermieri e 13 suore. Il trasferimento forzato al vecchio ospedale “San Francesco” a causa della guerra e dell’occupazione tedesca portò a condizioni di vita disumane: sovraffollamento, fame e scarsa igiene. L’indice di mortalità aumentò drasticamente, passando dal 5,8% del 1943 al 19% del 1944. La farina per la panificazione, fondamentale per la sussistenza, divenne sempre più scarsa. Nel 1944, Rieti decise di trasferire all’Ospedale “San Niccolò” di Siena 63 malati a carico della provincia di Roma e 37 a carico della provincia di Rieti (Donati, 1975).

La Direzione di Alessandro Alessandrini

Fino al 1945, la direzione dello psichiatrico fu affidata ad Alessandro Alessandrini. La sua gestione fu segnata da numerose critiche da parte di partiti politici e alcuni medici, portando infine alla risoluzione del suo contratto. Alessandrini aveva sempre rifiutato di trasformare un luogo di cura in reparti militari, affermando che la custodia e la cura delle persone affette da alienazione mentale non potessero essere convenientemente gestite al di fuori del manicomio. Il direttore era anche responsabile del comportamento degli estranei ammessi nei loro inevitabili rapporti con i malati. Ribadiva costantemente che non esistessero locali nell’ospedale che potessero escludere tali rapporti e denunciava come, in precedenti occasioni, militari e non avessero sottratto letti, biancheria e coperte.

Possiamo concludere affermando come il periodo tra il 1940 e il 1945 fu estremamente difficile per l’ospedale psichiatrico di Rieti. La guerra e l’occupazione tedesca peggiorarono notevolmente le condizioni di vita dei pazienti, aumentando la mortalità e creando situazioni di sovraffollamento e scarsa igiene. La direzione di Alessandro Alessandrini fu segnata da critiche e controversie, ma anche da un forte impegno nel mantenere l’ospedale come luogo di cura e non di detenzione militare.

L’EVOLUZIONE DELL’OSPEDALE DI COLLE SN BASILIO E LA TRANSIZIONE DEL 1946

Nei locali del nuovo Ospedale di Colle San Basilio e nella relativa colonia agricola, i lavori di ristrutturazione e ammodernamento sono proseguiti incessantemente, nonostante gli innumerevoli problemi e le difficoltà incontrate. Tra queste, non si può dimenticare l’occupazione tedesca che, fino a pochi mesi prima, aveva reso ancora più complessa la gestione e il completamento delle opere. Nonostante queste avversità, l’impegno e la dedizione del personale hanno permesso di portare avanti i lavori, garantendo la continuità delle cure e dei servizi offerti ai pazienti. È importante ricordare che, durante questo periodo, il vecchio ospedale situato nel centro storico della città di Rieti rimase comunque operativo, assicurando così una copertura sanitaria completa per la popolazione locale.

Il cambio di Direzione del 1946

Un momento cruciale nella storia dell’ospedale si verificò nel 1946, quando ci fu un significativo cambio nella direzione dell’istituzione. Gli attriti tra Alessandro Alessandrini e il vice presidente dell’Amministrazione Provinciale, Enrico Matteucci, avevano creato un clima di tensione e instabilità. Le polemiche, protrattesi per anni, erano alimentate da visioni completamente differenti sulla gestione e sul futuro dell’ospedale.

Queste divergenze portarono infine alla nomina di un nuovo direttore, il dottor Francesco Carocci.

La storia dell’Ospedale di Colle San Basilio è un esempio di resilienza e determinazione. Nonostante le numerose sfide e difficoltà, l’istituzione è riuscita a evolversi e a migliorare, garantendo sempre la continuità delle cure e dei servizi offerti

Approfondimento a cura del referente del Museo Salute Mentale di Rieti , ASL Rieti www.museosalutementale.it , il sociologo Massimo De Angelis, che propone una ricostruzione storica e psichiatrica volta a mettere in luce come la follia generata dalla guerra sia stata a lungo negata o fraintesa, ma rappresenti oggi un insegnamento fondamentale per comprendere le profonde ripercussioni dei conflitti sulla mente umana.

Memoria e responsabilità

La storia della psichiatria negli anni ‘40 è segnata da un paradosso doloroso: mentre la guerra produceva una catastrofe materiale e psichica di proporzioni immense, la scienza psichiatrica del tempo, condizionata da ideologie politiche e modelli riduzionisti, negava o minimizzava il legame tra conflitto e follia. Solo con il passare degli anni e il contributo di storici e psichiatri critici è stato possibile iniziare a riconoscere le atrocità della guerra come cause primarie di disturbi mentali, aprendo la strada a una visione più umana e complessa della sofferenza psichica.

La follia della guerra e le storie dei manicomi negli anni ‘40

La seconda guerra mondiale rappresenta uno degli eventi più drammatici e complessi della storia umana, non solo per le devastazioni materiali, ma anche per le profonde ferite inflitte alla psiche di milioni di individui. Esplorare il legame tra guerra e follia significa denunciare l’assurdità dei conflitti bellici e indagare le conseguenze psicologiche che investirono soldati, civili, donne, partigiani, repubblichini, internati e deportati tra il 1940 e il 1950.

Guerra totale e impatto psichico sulla popolazione

Durante la seconda guerra mondiale, la distinzione tra militari e civili si fece meno netta, poiché il coinvolgimento totale della popolazione civile portò a un sostanziale equilibrio nei casi di disturbi psichici rilevati nei manicomi. Questa realtà rifletteva la natura totalizzante del conflitto, che travolse ogni strato sociale e categoria umana. Gli ospedali psichiatrici divennero così testimoni e custodi di un trauma collettivo, spesso silenziato o negato dalla cultura medica dominante.

La psichiatria tra ideologia e negazione del trauma

Nel primo Novecento, la psichiatria era ancora fortemente ancorata a un modello organicistico, che attribuiva le psicosi a cause biologiche innate, negando la possibilità che eventi esterni, come la guerra, potessero scatenare disturbi in individui sani. Questa posizione fu ulteriormente rafforzata dall’ideologia fascista, che esaltava l’eroismo militare e vedeva la guerra come un valore positivo per l’individuo e la nazione. Medici militari e psichiatri ripresero le tesi della prima guerra mondiale, sostenendo che solo i predisposti potevano ammalarsi, escludendo così la responsabilità della guerra stessa.

La fascistizzazione della scienza medica e il silenzio sulle atrocità

La medicina e la psichiatria fasciste si piegarono alle esigenze del regime, come evidenziato dalle parole del tenente colonnello medico Carvaglio, che nel 1942 affermava che le psicosi non dovevano essere riconosciute come dipendenti da cause di servizio militare. Questo atteggiamento serviva a preservare l’immagine di un esercito invulnerabile e a nascondere le sofferenze psicologiche dei soldati. Solo con il crollo del consenso al fascismo e la fine della guerra si osservò un aumento dei ricoveri psichiatrici, soprattutto tra gli uomini della Repubblica Sociale Italiana, coinvolti in episodi di guerra antipartigiana e in condizioni di forte stress e trauma.

Partigiani, internati e manicomi: “pazzi per la libertà”

La condizione psicologica dei partigiani fu complessa: se da un lato la vittoria finale attenuò le sofferenze vissute durante la clandestinità, dall’altro molti furono internati nei manicomi dopo la Liberazione, etichettati come “pazzi per la libertà”. Questo fenomeno, analizzato da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano nel loro libro Un’odissea partigiana (2015), testimonia la difficoltà della società postbellica di riconoscere e accogliere il trauma di chi aveva combattuto per la libertà.

Il manicomio come rifugio e prigione

Nel caos seguito all’8 settembre 1943, i manicomi divennero in alcuni casi rifugi volontari per ebrei, disertori, partigiani e fascisti in fuga, ma non sempre riuscivano a garantire protezione. Un tragico esempio è il rastrellamento del 28 marzo 1944 a Trieste, quando le SS prelevarono 24 internati ebrei per deportarli verso destinazioni ignote. La psichiatria dell’epoca era inoltre segnata da pregiudizi sessisti e da una visione repressiva della diversità.

Civili sotto i bombardamenti: la “sonnolenza di attesa”

Paolo Giovannini ha approfondito gli effetti psicologici della guerra sulla popolazione civile, in particolare sui soggetti esposti ai bombardamenti. Nei rifugi antiaerei si osservava una sorta di ritiro psicologico, definito “sonnolenza di attesa”, caratterizzato da immobilità e paura paralizzante. Questo fenomeno rifletteva l’impatto emotivo e la vulnerabilità della popolazione civile di fronte alla minaccia costante2.

Deportazione e trauma psichico: una ferita profonda

L’esperienza della deportazione nei campi di prigionia rappresenta una delle cause più gravi di trauma psichico emerse nel periodo. Tuttavia, la psichiatria dominante continuava a interpretare i disturbi in termini di predisposizione individuale, ignorando i fattori sociali e ambientali. Solo alcuni studiosi, come Giorgio Padovani e Martini, entrambi ex deportati, iniziarono a considerare l’importanza del contesto sociale, osservando ad esempio che la nevrastenia colpiva più frequentemente ufficiali di estrazione medio-alta, indicando una vulnerabilità legata anche alla posizione culturale e sociale.

Riferimenti bibliografici essenziali

  • Giorgio Padovani, psichiatra e storico della psichiatria, ha analizzato la carenza di studi sulla follia di guerra e l’influenza del paradigma culturale italiano nel periodo.
  • Maurizio Camellini, storico della psichiatria, ha documentato l’aumento dei ricoveri per cause belliche e il ruolo dell’apparato sanitario militare.
  • Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, Un’odissea partigiana (2015), approfondiscono la vicenda dei partigiani internati nei manicomi dopo la Liberazione.
  • Paolo Giovannini, ha studiato gli effetti psicologici della guerra sui civili, in particolare le reazioni ai bombardamenti e la “sonnolenza di attesa”.