INAUGURAZIONE DEL NUOVO OSPEDALE PROVINCIALE PSICHIATRICO DI RIETI

12 GENNAIO 1927 – INAUGURAZIONE DEL NUOVO OSPEDALE PROVINCIALE PSICHIATRICO DI RIETI

IL RUOLO DEL DOTT. ALESSANDRINI

PERIODO DI RIFERIMENTO (1928 – 1931) – OSPEDALE PROVINCIALE PSICHIATRICO DI RIETI: SAN FRANCESCO

22 OTTOBRE 1931 – DDISPENSARIO ANTIRABBICO

 

12 gennaio 1927 – In una cerimonia solenne, il Preside Commissario Marinelli De Marco inaugurò ufficialmente il nuovo Ospedale Provinciale Psichiatrico di Rieti. Solo pochi mesi dopo, il 3 giugno 1927, la Commissione straordinaria deliberò l’intitolazione ufficiale della struttura: “Ospedale Provinciale di S. Francesco per malattie mentali”, più comunemente noto con il nome semplice e familiare di “San Francesco”.

La nascita delle tre nuove province nel 1927: quadro normativo e contesto storico

La creazione delle nuove province di Rieti, Viterbo e Frosinone avvenne ufficialmente nel 1927, durante il regime fascista, nell’ambito di una più ampia riorganizzazione amministrativa e territoriale dello Stato. Il provvedimento che sancì formalmente la nascita delle nuove entità provinciali fu il:

Regio Decreto n. 1 del 2 gennaio 1927, intitolato
“Modificazioni alle circoscrizioni delle province del Regno”.

Con questo atto normativo, il governo fascista ridefinì la geografia istituzionale di molte aree del Regno d’Italia, con l’obiettivo dichiarato di rendere più efficiente l’amministrazione pubblica, ma anche con finalità politiche e di controllo più diretto sul territorio. La riorganizzazione rispondeva a criteri di razionalizzazione geografica, ma anche – e soprattutto – a logiche di centralizzazione del potere, tipiche del regime.

Le tre nuove province: Viterbo, Frosinone, Rieti

Nel dettaglio:

  • La Provincia di Rieti fu istituita aggregando territori precedentemente appartenenti alle province di Perugia (Umbria) e Roma (Lazio).
  • La Provincia di Viterbo fu ricavata in gran parte da territori già sotto la giurisdizione della Provincia di Roma.
  • La Provincia di Frosinone, infine, nacque accorpando territori un tempo appartenenti a Caserta, Roma, e in parte a Terra di Lavoro.

Queste nuove province, tuttavia, non nacquero con una dotazione finanziaria autonoma sufficiente, né con strutture amministrative consolidate. Il personale era limitato, le sedi istituzionali spesso provvisorie, e la gestione di servizi essenziali – come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture – rappresentava una sfida enorme, soprattutto nei primi anni.

 

 Le ricadute sulla sanità e sulla psichiatria

In questo quadro, l’idea di istituire un ospedale psichiatrico autonomo a Rieti, come il San Francesco, assume un valore ancora più rilevante. Non solo perché nasceva in un contesto di scarsità di risorse, ma anche perché non esisteva un obbligo normativo specifico che imponesse a queste nuove province di dotarsi di strutture psichiatriche locali.

La scelta della Provincia di Rieti di istituire un proprio ospedale psichiatrico autonomo rappresentò una decisione particolarmente coraggiosa, tanto sul piano economico quanto su quello medico e sociale.

È interessante sottolineare come le province di Viterbo e Frosinone abbiano adottato soluzioni molto diverse rispetto a Rieti. Piuttosto che affrontare la complessa sfida di creare un’istituzione psichiatrica autonoma, entrambe optarono per l’invio dei propri pazienti in strutture già esistenti e distanti: Viterbo a Volterra, Frosinone addirittura ad Aversa. Frosinone, in particolare, si spinse fino al rifiuto di assumersi la gestione diretta del manicomio di Ceccano, nonostante questo ricadesse nel suo stesso territorio provinciale.

Rieti, invece, scelse un’altra via. Una via che richiedeva audacia, determinazione e un forte senso di responsabilità sociale. La provincia si fece carico direttamente della questione, guidata dalla convinzione che fosse necessario fornire risposte concrete e dignitose alle crescenti esigenze di assistenza psichiatrica.

Una figura centrale in questo processo fu il direttore dell’istituto, Alessandro Alessandrini, uomo di visione e grande umanità. Alessandrini immaginava il nuovo ospedale non solo come un luogo di cura, ma come uno spazio in cui restituire dignità, speranza e scopo a chi era stato emarginato dalla società.

Tuttavia, il nuovo ospedale psichiatrico “San Francesco”, almeno nei suoi primi anni, presentava numerose criticità. La struttura non rispondeva ai requisiti richiesti per un vero e proprio manicomio, né dal punto di vista edilizio, né da quello topografico. M mancavano le infrastrutture adatte, i reparti non erano organizzati secondo criteri scientifici moderni, e la collocazione dell’ospedale risultava poco idonea rispetto agli standard sanitari dell’epoca.

Eppure, proprio da queste difficoltà prese forma un progetto pionieristico che, col tempo, avrebbe contribuito a ridefinire il concetto stesso di assistenza psichiatrica nella provincia e oltre i suoi confini.

Ci stiamo preparando a parlarvi del progetto per il nuovo manicomio provinciale, che dovrebbe sorgerà non prima del 1932 … in via del Terminillo, un’area attualmente occupata da vari ambulatori, uffici amministrativi e dalla Direzione aziendale della ASL di Rieti.

Al momento rimaniamo al “Ricovero Umberto I” in piazza San Francesco, ma è importante fermarsi a riflettere su alcuni aspetti significativi.

Gli ospedali psichiatrici, a differenza di molte altre strutture, si sviluppano in un arco temporale ben definito, che va dalla fine del XIX secolo ai primi decenni del XX. Questi luoghi nascono non solo come centri di cura, ma anche di custodia. Questa loro doppia funzione ha reso, più che in altre tipologie ospedaliere ottocentesche – che per questioni igienico-sanitarie erano collocate in aree lontane dal centro città (ed è lo stesso destino che avrà il manicomio reatino sul colle San Basilio) – la loro presenza rigidamente separata dagli spazi urbani, risultando perciò chiusi e isolati dal contesto esterno.

Parallelamente, le architetture manicomiali si distinguono per una complessità funzionale che le trasforma in vere e proprie “città in miniatura”, caratterizzate da rapporti specifici tra spazi aperti e chiusi, con una suddivisione interna ben definita e gerarchie architettoniche peculiari.

In Europa, le diverse teorie psichiatriche hanno portato all’affermazione di alcune tendenze nella progettazione dei complessi manicomiali. Il celebre psichiatra francese Philippe Pinel ha proposto un modello in cui i malati ricevevano cura all’interno di villaggi chiusi, ben separati dal contesto urbano. In Inghilterra, invece, John Conolly ha promosso il modello “no restraint”, che escludeva l’uso di strumenti di contenzione come ceppi e catene. Per Conolly, i padiglioni avrebbero dovuto aprirsi verso la campagna, senza la presenza di un muro di cinta, e il design avrebbe dovuto evitare qualsiasi forma di segregazione, come mura interne, cortili separati o gallerie coperte.

Le indicazioni degli alienisti lasciavano agli architetti un ampio margine di intervento nella definizione della forma. Nel 1853, lo psichiatra francese Jean Baptiste Parchappe, nel suo trattato “Des principes à suivre dans la fondation et la construction des asiles d’aliénés”, discuteva vari modelli europei. In Francia, predominava una disposizione di edifici a massimo due piani, organizzati lungo una spina centrale di servizi, con ampi prati che separavano gli edifici in una pianta quadrata. Al contrario, in Inghilterra e Germania, venivano utilizzati edifici multipiano con ali ad angolo retto, conferendo così alle strutture un alto grado di monumentalità.

In Italia, il regolamento attuativo della legge Giolitti, promulgato nel 1909, adottava una visione moderata del modello no restraint, lasciando al direttore la discrezionalità di decidere quali misure di contenzione applicare.

Le istituzioni manicomiali italiane, rimaste attive fino agli inizi degli anni Ottanta del Novecento, si possono suddividere in cinque tipologie:

  1. Tipologia a padiglioni avvicinati, in cui i collegamenti sono garantiti da porticati e percorsi coperti.
  2. Tipologia a padiglioni distanziati, caratterizzata da edifici isolati.
  3. Tipologia a padiglioni misti, che combina edifici parzialmente uniti con strutture isolate.
  4. Tipologia a padiglioni disseminati a villaggio, che applica i principi dei padiglioni distanziati in contesti più ampi e integrati con aree ricche di risorse naturali.
  5. Tipologia a edifici isolati, riferita alle realizzazioni più recenti, dagli anni ’30 agli anni ’60 del Novecento, in cui si avverte l’influenza dell’architettura razionalista e funzionalista.

  

MOVIMENTI E CONTROVERSIE NELL’OSPEDALE PSICHIATRICO DI RIETI: IL RUOLO DEL DOTT. ALESSANDRINI E DELLA POLITICA LOCALE.

Il 12 aprile 1927, il Preside Commissario Marinelli De Marco inaugurò ufficialmente il nuovo Ospedale Provinciale Psichiatrico di Rieti. Questo storico avvenimento segnò l’inizio di un’era per la psichiatria nella provincia e rappresentò un passo significativo nell’evoluzione delle istituzioni sanitarie dedicate alla salute mentale. Il 3 giugno dello stesso anno, la Commissione straordinaria deliberò l’intitolazione ufficiale della struttura “Ospedale Provinciale di S. Francesco per malattie mentali”, comunemente conosciuto come “San Francesco”. La sede dell’ospedale rimase in Piazza San Francesco, nel centro storico di Rieti, fino al 1947.

La decisione della Provincia di Rieti di rendere autonomo l’istituto manicomiale cittadino rappresentò un atto coraggioso, in quanto rifletteva la volontà di rispondere adeguatamente alle esigenze dell’assistenza psichiatrica. Il nuovo direttore, il dottor Alessandro Alessandrini, concepì l’ospedale non solo come un luogo di cura, ma come un’istituzione dedicata a uno scopo altamente benefico e profondamente sociale. Egli sostenne una “visuale ampia ed umana” riguardo al dovere di prendersi cura dei pazienti.

Tuttavia, l’ospedale “S. Francesco” non rispettava le caratteristiche essenziali di un manicomio. Infatti, la struttura presentava gravi carenze edilizie e topografiche che compromettevano la qualità della cura. Le condizioni in cui versava l’istituto erano preoccupanti: muri decrepiti, tubature fradice e enormi stanzoni umidi e malsani rendevano difficile il funzionamento dell’ospedale.

Fino al 1927, la cura dei pazienti, che superavano i 250, era affidata esclusivamente al dottor Alessandro Alessandrini, originario di Nocera Umbra e nato nel 1892, coadiuvato dal dottor Francesco Carocci. A supportarli nel lavoro quotidiano c’erano una suora ispettrice, alcune capi reparto e una suora capo azienda appartenente all’ordine delle Mantellate, che avevano sostituito le domenicane. Completavano il personale 30 infermieri dedicati all’assistenza nei vari reparti, 2 infermieri artieri e un infermiere responsabile della portineria.

Per affrontare la mancanza di una formazione professionale adeguata tra i nuovi infermieri assunti, il direttore Alessandro Alessandrini intraprese l’iniziativa di istituire una scuola per infermieri, in conformità con l’articolo 16 del “Regolamento su Manicomi e sugli Alienati” (R.D. 16 Agosto 1909, n. 615). Questa decisione mirava a garantire un’istruzione di qualità al personale sanitario, promuovendo un’assistenza più competente e professionale per i pazienti dell’ospedale.

In conclusione, l’Ospedale Provinciale Psichiatrico di Rieti, pur presentando numerose problematiche, rappresentò un importante passo verso la riforma della psichiatria in Italia, grazie alla visione innovativa e umanitaria del dottor Alessandro Alessandrini.

Tra novembre 1927 e luglio 1928, l’Ospedale Provinciale Psichiatrico di Rieti si trovò al centro di una tensione crescente dovuta al richiamo di 16 infermieri e del dottor Alessandro Alessandrini dall’ospedale “S. Maria della Pietà” di Roma. Questa situazione suscitò l’interesse e la reazione delle parti politiche e sindacali locali. Un ruolo di primo piano in questa dinamica fu svolto dall’Associazione Generale Fascista del Pubblico Impiego, sotto la segreteria provinciale di Sestilio Montanelli. Montanelli, figura influente e padre del noto giornalista Indro Montanelli, era professore di scuola media e successivamente preside del liceo della città di Rieti. La mobilitazione attorno al caso di Alessandrini evidenziava il profondo intersecarsi tra sanità pubblica e politica dell’epoca.  L’intervento del Rettorato Sabino contribuì a stabilizzare la situazione a Rieti e a garantire la permanenza del dottor Alessandrini, consentendo così una continuazione della sua opera all’interno dell’ospedale, fondamentale per migliorare le condizioni di cura dei pazienti. Questo episodio rappresenta un esempio emblematico di come la sfera sanitaria fosse strettamente legata alle dinamiche politiche e sociali dell’Italia di quel periodo, rivelando le sfide che gli operatori sanitari affrontavano non solo nella pratica clinica, ma anche in un contesto di forte pressione e cambiamento politico.

 

 Sestilio Montanelli: un rigoso cultore e padre di Indro Montanelli

Sestilio Montanelli, figura spesso trascurata nel panorama storico della cultura italiana, è principalmente conosciuto per essere il padre del celebre giornalista e scrittore Indro Montanelli. Insegnante e professore di lettere, Sestilio si distinse per il suo rigore e la sua passione per la cultura, qualità che influenzarono profondamente il percorso intellettuale del figlio.

In conclusione, pur rimanendo nell’ombra rispetto alla notorietà del figlio, Sestilio Montanelli ha incarnato valori educativi e culturali che hanno avuto un impatto durevole, contribuendo silenziosamente al panorama culturale italiano attraverso l’eredità di Indro, uno dei suoi più celebri rappresentanti.

PERIODO DI RIFERIMENTO (1928 – 1931) – OSPEDALE PROVINCIALE PSICHIATRICO DI RIETI: SAN FRANCESCO

 Nel 1928, a seguito del definitivo riassetto amministrativo e sanitario che portò al trasferimento di numerosi pazienti presso il grande manicomio romano di Santa Maria della Pietà, la situazione presso la sede di Piazza San Francesco a Rieti risultava profondamente ridimensionata. In quella fase, infatti, rimanevano in servizio soltanto 28 infermieri addetti all’assistenza sanitaria diretta e un unico portiere incaricato del controllo degli accessi e della vigilanza.

Il personale era sottoposto a turni estremamente gravosi, articolati su cicli di 24 ore di lavoro ininterrotto seguite da 24 ore di riposo — una prassi allora non rara, ma comunque pesante, che rifletteva la cronica carenza di personale nelle strutture psichiatriche dell’Italia del primo Novecento. L’assistenza effettiva risultava ben al di sotto degli standard normativi previsti all’epoca: si contava infatti un solo infermiere ogni 15 pazienti, a fronte del rapporto ottimale stabilito dalle normative vigenti che prevedevano un infermiere ogni 10 degenti (Regolamento Manicomiale del 1909).

Questa discrepanza tra normativa e prassi quotidiana era comune in molti manicomi italiani, soprattutto nelle sedi periferiche o minori, e contribuiva a rendere l’ambiente ospedaliero un luogo di contenimento più che di cura, come evidenziato da numerosi studi storici (Cfr. R. Foot, La Repubblica dei manicomi, Laterza, 2000; M. Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, 1963/1972 ed. it.).

 

Come già accennato, le condizioni strutturali dell’Ospedale psichiatrico di Rieti erano fortemente inadeguate. I locali risultavano in parte inabitabili a causa della pervasiva umidità, delle mura lesionate e della generale fatiscenza degli edifici. Tali carenze non solo compromettevano l’efficienza del servizio, ma rappresentavano un serio pericolo per la salute degli internati, aggravando le già difficili condizioni di vita quotidiana.

A fronte di questa situazione, la Provincia di Rieti decise di intervenire con un progetto di ristrutturazione che prevedeva un ampliamento degli spazi e una serie di interventi manutentivi urgenti. Furono stanziate a tal fine 500.000 lire — una cifra significativa per l’epoca — e i lavori furono affidati all’ingegnere Antonio Averone, ispettore superiore del Genio Civile, già noto per il suo incarico come Magistrato delle Acque nelle province del Veneto e di Mantova. Sotto la sua direzione non solo furono eseguite opere di consolidamento e ampliamento, ma si cercò anche di migliorare le condizioni alimentari dei degenti: nel 1928, i pazienti erano 213, e il vitto fu riformato secondo criteri più adeguati alle esigenze nutrizionali e sanitarie.

Questi interventi si inserivano in un più ampio tentativo di modernizzazione dell’istituto, culminato il 30 ottobre 1929 con l’emanazione e la riforma del nuovo Regolamento Organico. Tale documento rappresentava un passaggio fondamentale per il riordino interno dell’ospedale, recependo le direttive ministeriali del tempo e cercando di uniformare l’istituto ai criteri più avanzati della psichiatria istituzionale.

Le condizioni strutturali dei manicomi italiani, specialmente nelle realtà provinciali, erano spesso oggetto di denunce da parte di medici e intellettuali già dai primi del Novecento. Il dibattito sull’inadeguatezza degli ambienti e sull’insufficienza dei mezzi messi a disposizione dallo Stato è ben documentato in opere come quelle di Mario Tobino (Per le antiche scale, 1972) e di Franco Basaglia, la cui critica radicale al sistema manicomiale avrebbe trovato pieno compimento solo decenni dopo, con la Legge 180 del 1978

L’impegno pionieristico che aveva caratterizzato gli anni precedenti nella gestione e nella cura del malato mentale a Rieti non troverà più, nei decenni successivi, manifestazioni altrettanto evidenti o innovative. Dopo la fase iniziale, segnata da sforzi concreti per migliorare le strutture e l’assistenza — in parte influenzati dal clima di riforma che percorreva la psichiatria italiana nei primi decenni del Novecento — si assiste a un progressivo rallentamento di tali slanci.

Questo riflusso si inserisce in un contesto nazionale più ampio: l’Italia, sotto il regime fascista, vede consolidarsi una visione autoritaria e custodialistica della psichiatria. L’interesse per il trattamento terapeutico tende a essere soppiantato da una logica istituzionale fondata sul controllo sociale, sulla segregazione e sul contenimento, piuttosto che sulla riabilitazione. In tal senso, l’evoluzione dell’assistenza psichiatrica a Rieti non si discosta molto da quella di altri manicomi provinciali, dove la carenza di risorse, la rigidità burocratica e l’isolamento culturale finirono per limitare drasticamente ogni forma di sperimentazione o aggiornamento clinico (Cfr. Bruni G., Manicomi e fascismo, FrancoAngeli, 2001).

In quegli anni, anche le figure professionali più sensibili e progressiste si trovavano spesso impossibilitate ad agire con efficacia, strette tra vincoli normativi e scarsità di personale qualificato. La medicina mentale perdeva gradualmente il suo slancio riformatore, in attesa di una nuova stagione di rottura che sarebbe arrivata solo con il movimento anti-istituzionale degli anni Sessanta e Settanta, culminato con la rivoluzione basagliana (Basaglia F., L’istituzione negata, Einaudi, 1968).

   

22 OTTOBRE 1931 – DISPENSARIO ANTIRABBICO

All’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Rieti era attivo, sin dagli anni Venti, un Dispensario antirabbico, verosimilmente istituito in concomitanza con l’apertura della succursale del manicomio romano “Santa Maria della Pietà”. Questa struttura, formalmente sotto la competenza sanitaria della città di Roma, costituiva un presidio fondamentale per la profilassi contro la rabbia, malattia ancora temuta in epoca pre-antibiotica, e dimostrava come l’ospedale rietino fosse inserito, seppur in posizione subalterna, in una più ampia rete sanitaria regionale.

Un passo decisivo verso la territorializzazione dell’assistenza psichiatrica fu compiuto il 22 ottobre 1931, quando, con decreto della Regia Prefettura di Rieti, venne istituito il Dispensario Provinciale di Igiene e Profilassi Mentale, con sede in via Sant’Rufo n. 10. Questa nuova struttura rappresentò un’importante novità: si trattava del primo centro di intervento psichiatrico esterno al manicomio, segnando l’inizio di un approccio più aperto e comunitario alla salute mentale, per quanto ancora nei limiti del modello custodialistico dell’epoca.

( Via San Rufo a Rieti è una delle arterie più antiche e suggestive del centro storico cittadino, rappresentando un esempio significativo della stratificazione urbana che caratterizza la città. La via si sviluppa in direzione nord-sud, collegando Piazza San Rufo, tradizionalmente considerata il “centro d’Italia”, con via Roma, l’antico cardo della città romana. Questo tracciato riflette la struttura urbana medievale di Rieti, con vicoli stretti e tortuosi che si diramano dalla piazza principale, creando un tessuto urbano compatto e ben conservato. )

A partire dal 2 settembre 1932, presso il Dispensario iniziarono le prime consultazioni gratuite, rivolte alla popolazione. Questo servizio, pur con mezzi limitati, si inseriva nel più vasto progetto nazionale di potenziamento della medicina preventiva promosso durante il Ventennio fascista, che cercava di dare una forma organizzata alla salute pubblica secondo una logica di controllo e normalizzazione sociale (Cfr. Del Giudice L., La psichiatria italiana nel periodo fascista, in Psichiatria e storia, n. 7, 1997).

L’attivazione del dispensario può essere considerata una delle prime esperienze embrionali di assistenza psichiatrica extramuraria, anticipando — seppur ancora in forme rudimentali — l’idea di una medicina mentale non più esclusivamente manicomiale, che avrebbe trovato piena realizzazione solo molti decenni più tardi, con la riforma basagliana del 1978 (Basaglia F., Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina, 2000).